Archi e Piattabande

 

Archi e piattabande, elementi architettonici dalla funzione statica fondamentale e insostituibile, costituiscono due componenti caratterizzanti di quasi tutti gli edifici storici, in particolare di quelli etruschi e romani.

Basilica di Massenzio

Fig.1 – Resti della Basilica di Massenzio dal Palatino, Roma.

Una delle caratteristiche distintive dell’architettura romana, insieme all’uso del mattone laterizio, simbolo del fervore edilizio dell’età imperiale, come è ben testimoniato dagli esempi di Villa Adriana e Domus Aurea, delle Terme di Traiano e Diocleziano, ed infine della basilica di Massenzio, è l’utilizzo esteso nelle opere sia pubbliche che private degli archi di scarico (o di sordino) e delle piattabande. Questi due elementi architettonici già ampiamente sperimentati nel periodo repubblicano in opere pubbliche, erano soprattutto costruiti originariamente in travertino o marmo, al fine assicurare la tenuta del materiale nel lungo periodo, ma rendendo la manifattura laboriosa e dispendiosa a causa degli alti costi dei materiali e della loro messa in opera. Con l’introduzione del mattone nell’architettura civile e privata, vennero superati tutti i problemi tecnici ed economici fino a quel momento sperimentati nella realizzazione di questi elementi architettonici, che da lì in poi poterono essere ampiamente usati per aprire porte e finestre di ragguardevoli dimensioni e per appoggiare coperture in ambienti di vasta estensione.

Non è questa la sede adeguata per addentrarci nei dettagli tecnici dell’arco e della piattabanda, ma è opportuno ricordare che questi costituiscono dal punto di vista statico due sistemi spingenti, cioè generanti spinte laterali atte a scaricare in maniera più efficiente il peso di strutture in elevato, a differenza degli architravi che sono elementi che scaricano le forze solamente sulla verticale e quindi soggetti a flettersi nel corso del tempo.

archi e piattabandeL’arco e la piattabanda (che non è altro che un arco ribassato fino a diventare orizzontale) avendo queste caratteristiche erano largamente usati per aprire luci di grandi dimensioni nelle pareti. L’unico problema tecnico che ponevano alle maestranze antiche è che il loro appoggio doveva essere sufficientemente dimensionato per contenere le loro proprie spinte laterali. Data l’importanza statica di questi elementi architettonici è facilmente intuibile quanto sia vitale per la sopravvivenza dei monumenti antichi che sia costantemente verificato lo stato di conservazione di archi e piattabande; in quanto un loro eventuale cedimento, distacco o lesione possono determinare crolli improvvisi delle strutture murarie.

Solitamente, quando si iniziano delle operazioni di restauro, la verifica dello stato di salute di un edificio passa in maniera obbligata per il controllo autoptico degli elementi architettonici portanti quali sono gli archi e le piattabande. Spesso in edifici antichi sottoposti a rimaneggiamenti successivi o a eventi naturali come terremoti o semplicemente esposti per lungo tempo alle intemperie, questi ultimi sono sottoposti a stress che sono sovradimensionati rispetto agli originali carichi costruttivi. Queste sollecitazioni, se prolungate nel tempo possono creare lesioni sia macroscopiche che microscopiche che possono inficiare il corretto lavoro dell’arco e della piattabanda, e di conseguenza l’equilibrio statico di una struttura antica.

I dissesti che più frequentemente vengono rinvenuti in archi e piattabande sono solitamente riconducibili a due tipologie:

  1. quando l’arco o la piattabanda, a causa di una modificazione dei carichi statici dovuti a cedimenti strutturali in porzioni di muratura limitrofe, ad esempio per eventi sismici, tendono a perdere le spinte originarie e quindi a lavorare in maniera autonoma rispetto alla struttura e di conseguenza a perdere del necessario appoggio per il loro corretto funzionamento;
  2. quando l’intervento antropico determina un depauperamento della materia degli elementi architettonici portanti o una diversa distribuzione dei carichi tramite, ad esempio, l’apertura di porte o finestre o la creazione di sopraelevazioni che sollecitano in maniera anomala gli archi o le piattabande determinandone un progressivo indebolimento.

Quando tali dissesti si verificano è necessario intervenire celermente al fine di ripristinare il corretto lavoro di archi e piattabande.

In generale, una tecnica molto proficua, utilizzata presso il cantiere della Domus Aurea dalla Lande S.p.A. è quella di procedere a ripristinare la solidità degli elementi architettonici iniettando boiacca di malta (malta liquida) in punti limitrofi alle lesioni, al fine di riempire i vuoti lasciati dalle fratture e ripristinare la piena integrità muraria. Quando anche gli elementi laterizi della piattabanda o dell’arco risultavano gravemente lesionati, fino a essere distaccati dal nucleo cementizio o essere già ormai perduti, si è proceduto al ripristino degli elementi crollati o irrimediabilmente irrecuperabili, sostituendoli con materiale artigianale fabbricato ad hoc con caratteristiche di impasto e dimensioni pari ai mattoni andati ormai persi. Dopo aver proceduto alla completa asportazione meccanica degli elementi ormai compromessi ancora solidali con il muro e si procede con la loro sostituzione ancorandoli al nucleo cementizio tramite piccoli scassi o infiggendo connettori in fibra di vetro con fibre aramidiche sfioccate. Nei casi più gravi, quando cioè la solidità della piattabanda è ormai completamente compromessa o l’arco di scarico risulta ormai completamente staccato dalla porzione di muratura sovrapposta, si può procedere con l’inserzione tramite carotaggio, di barre in acciaio inox immerse nella muratura al fine di ancorare o sostituire dal punto di vista statico l’elemento architettonico ormai non più recuperabile.